La strada porta dalla Madonna di Pietracupa (San Donato in Poggio), a Sicelle. Poi scenderebbe giù, fino alla Pesa, per risalire verso Panzano e Radda in Chianti, oppure deviare verso Castellina.

A un certo punto però, sulla destra, c’è un bivio. Lo imbocchiamo e iniziamo a salire in una strada di campagna ben tenuta, in mezzo a bosco e macchia.

Fino ad arrivare a una sorta di “altopiano”. Da un lato si scorgono Panzano in Chianti, la Conca d’Oro, il Chianti che da fiorentino diventa senese.

Dall’altro c’è San Gimignano: se fosse più chiaro si vedrebbero anche le torri geotermiche di Larderello.

Da là arriva la brezza marina che attraversa i vigneti de Le Filigare, dove Alessandro Cassetti Burchi rappresenta la terza generazione che qui si dedica al vino. Ce la racconteranno, questa brezza, in una bella e interessante chiacchierata.

Ci lasciamo incantare da questo splendido lembo di Chianti Classico, sul confine fra le province di Firenze e Siena: “Abbiamo una casa nel comune di Castellina in Chianti e una in quello di Barberino Tavarnelle” ci dice Cassetti Burchi, mentre ci porta in visita alla cantina.

L’occasione è una mattinata di presentazione dei vini che si producono qui: si parte da uno spumante rosè metodo classico, per arrivare a un Vinsanto Chianti Classico Doc occhio di pernice (Malvasia, Trebbiano, Sangiovese).

In mezzo sono (ovviamente) in particolare i rossi a farla da padroni: tre IGT e tre Chianti Classico.

Gli Igt riprendono nell’uvaggio i vitigni internazionali che nel nostro territorio hanno conosciuto una grande ascesa anni fa (“E che non abbiamo mai voluto dismettere” dice Cassetti Burchi, “fanno parte della nostra storia e del nostro percorso”).

 

Si va quindi dal Germoglio (in questo caso però la prevalenza è il Sangiovese), al Pietro (Merlot, Sangiovese, Syrah), fino al Podere Le Rocce (Sangiovese e Cabernet Sauvignon).

I tre Chianti Classico partono invece dall’annata, per arrivare alla Riserva fino alla Gran Selezione. E in alcuni casi (in particolare annata e Gran Selezione) hanno come uvaggi minoritari i vitigni rossi tipici della nostra tradizione, ovvero Canaiolo e Colorino.

La chiacchierata è molto interessante. Oltre al proprietario ci sono l’enologo (Alberto Antonini), l’agronomo (Raffaello Tiezzi), il tecnico di cantina (Andrea Biondi).

Il Sangiovese è vitigno principe, vinificato in rosso e anche in bianco. L’azienda è biologica.

“La zona – spiega Tiezzi – è fra le più vocate del Chianti Classico; alta (fra i 450 e i 550 metri come vigneti) e fresca. Da un lato si vede San Gimignano, fino ai soffioni di Larderello”.

E qui arriviamo… al mare: “Abbiamo anche una influenza marina – sottolinea Cassetti Burchi – se così la possiamo definire: in particolare con una brezza, che soffia da quei versanti e aiuta la salubrità e la maturazione dei grappoli, in particolare il Sangiovese, con quegli acini compatti. Dall’altro versante, invece, c’è Panzano in Chianti, quindi la parte più fresca”.

“Qui il lavoro è di squadra – prosegue Cassetti Burchi – Ci confrontiamo su tutto, poi decidiamo il percorso da seguire. Che comunque deve essere sempre quello dell’autenticità, del portare nelle bottiglie il nostro territorio”.

 

Lo conferma Alberto Antonini, enologo di esperienza assoluta, sia in Italia che a livello internazionale: “Si parla molto di coltivazione biologica, io la chiamo agricoltura tradizionale, che ci rimanda a come era il mondo fino al 1940”.

“Al di là del rispetto dell’ambiente – specifica – non usando prodotti chimici di sintesi, con questa coltivazione si crea una connessione fra la pianta e il suolo; che può sembrare banale, ma è il centro della qualità”.

“In questo modo infatti le radici possono essere più fini e ramificate – prosegue Antonini – andare in profondità. Si sviluppa in modo maggiore la microbiologia che fa da “ponte”, e le piante assorbono i minerali e i nutrienti del suolo. Gran parte del vino è fatta qui. È qui la connessione del vino con il territorio”.

Dal campo… alla cantina: “Nella vinificazione poi bisogna saper rispettare tutto ciò, non essere invasivi, tenere lontane azioni che sono nemiche di vini di territorio. Come la sovra maturazione delle uve, la sovra estrazione. E il legno, che può essere devastante in particolare sul Sangiovese”.

Con una filosofia, condivisa con la proprietà: “Cercare sempre di non fare vini per il mercato, ma cercare un mercato per i vini che si fanno. C’è sempre, nel mondo, chi è in grado di apprezzare vini fatti bene in un territorio come questo. Il mercato può essere l’inferno o il paradiso: è il paradiso quando si creano le condizioni per godere di quello che la natura ci mette a disposizione”.

“Cerchiamo costantemente di continuare a migliorare – fa eco Cassetti Burchi – sperimentando nuove soluzioni. C’è sempre una situazione diversa da dover affrontare. È chiaro che la professionalità e la preparazione danno una mano, ma serve sempre essere aperti a migliorare. Anno dopo anno”.

 

I vini qui sono freschi, profumati, raccontano bene quella connessione. Li assaggiamo sotto un tendone posizionato di fronte alla casa padronale, che sembra quasi uno dei prototipi per il volo di Leonardo Da Vinci.

Da un lato c’è Panzano, sembra di toccarlo con una mano. Dall’altro, dietro ai nuvoloni di questa primavera un po’ così, le torri San Gimignano.

E noi qui, nel cuore di un Chianti Classico che racconta una delle sue (affascinanti) storie.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Leggi altri articoli...