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Vi abbiamo raccontato la storia di Maurizio il “fornacino” (leggila qui). Che si interrompeva alla lavorazione e “costruzione” del manufatto.

Quando tutto il materiale da cuocere era pronto si procedeva a stipare il “forno di cottura” che era formato dal focolare e un cilindro in muratura alto una decina di metri e largo la metà, senza coperchio.

La prima operazione consisteva nel mettere i sassi da cuocere in modo adeguato a continuare l’arco del focolare in modo che il fuoco penetrasse nel cumulo alto dai due ai tre metri, avendo cura di formare dei camini in modo che il calore salisse verso l’alto.

Sopra questo strato di pietrame si collocavano i laterizi crudi, anch’essi in modo che fossero lambiti dal calore, per ultimo a mo di coperchio delle lamiere con dei laterizi di scarto.

La grande avventura era l’accensione e raggiungere i circa 1.000 gradi centigradi necessari per una buona cottura.

Di solito occorreva circa una settimana di fuoco continuo fatto con fascine di legna che i boscaioli (allora normali lavoratori che coltivavano i boschi) facevano raccogliendo ciò che rimaneva dal taglio degli alberi e dalla pulizia del sottobosco.

Era un lavoraccio, e di questo ne è narrata la storia della cottura dei mattoni che il Brunelleschi faceva all’Impruneta per la costruzione del duomo di Firenze.

Se tutto andava per il verso giusto, a occhio e croce, si perché non c’erano né “pirometri” né temometri , si cessava il fuoco e si aspettava alcuni giorni che il calore calasse per poter iniziare a estrarre il materiale e fare la verifica di quello che era il risultato.

Difficilmente il materiale era vetrificato (bruciato) come accadeva coi bruciatori a nafta nelle prime fornaci a tunnel. I sassi se non erano cotti, quando li mettevano in acqua per fare il “grassello” restavano sassi.

Roberto Borghi

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