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Vi accompagniamo in un mondo fantastico. Un luogo arricchito con statue e bassorilievi, con cipressi fatti in terracotta e una Firenze rappresentata in ceramica.

Lo troviamo sopra Greve in Chianti, alla fine di via di San Cresci, presso il Podere Somigli.

Qui, ad accoglierci e a farci da “Cicerone”, c’è Alfredo Correani: artista contadino, pluripremiato nella sua carriera artistica, poliedrico nonno di due bellissimi nipoti.

Classe ’47, nato a Scandicci, ha trascorso la sua vita lungo l’Arno, finché arriva a Greve in Chianti, nel podere che ora gestisce con tutta la sua famiglia.

Abituato a presentare le sue opere, ma un po’ in soggezione davanti ad un piccolo registratore, ci conduce nel suo studio.

Basta un passo per entrare dentro un mare di colori, pennelli, cavalletti e quadri di ogni dimensione; l’emozione arriva subito guardando le “sue” vigne, rappresentate in tutte le stagioni, i paesaggi. E i dipinti che rappresentano i migranti.

“Dipingere è evidentemente ciò che preferisco – dice Correani – ho iniziato negli anni ‘60 frequentando l’Istituto D’Arte a Porta Romana. Dall’Antella (vivevo lì) ci voleva più di un’ora per arrivarci, ma adoravo stare là dentro; mi piaceva fare tutto, ma con i pennelli in mano mi sentivo nel mio mondo. Capii però che davvero non ne potevo fare a meno durante il servizio militare: ero nei Paracadutisti e non mi ero portato nulla per dipingere…”.

“Col passare delle settimane – ricorda – nonostante le forti emozioni di lanciarsi con il paracadute e della vita militare, sentivo che mi mancava qualcosa, un sentimento crescente che non comprendevo. Finché in un giorno di libera uscita mi sono trovato davanti a una cartoleria, sono entrato ed ho comprato colori, pennelli e tele: tornato in caserma ho iniziato a dipingere ed ho capito di non poterne fare a meno”.

Mentre parla si vede distintamente che con la mente ritorna a quel periodo.

La sincerità e le emozioni sono evidenti nel tono della voce: “Faccio anche altro, modello la ceramica e la terracotta, faccio sculture e mosaici, in questo modo riesco a soddisfare tutte le mie idee e la mia voglia. In più rendo questo posto speciale, pregno di un’energia che solo l’arte riesce a trasmettere. Una mia opera è parte anche di Slow Road, percorso artistico e naturalistico che dal Museo di San Francesco sale a Montefioralle, a San Cresci e poi ci riporta a Greve in Chianti”.

Guardando le sue tele, si vede un tratto particolare: “Ho caratterizzato molto la mia pittura al ritorno dal militare; cercai i miei professori dell’Istituto d’Arte e cominciai a frequentare i loro studi, diventando loro allievo. In particolare ricordo il Maestro Renzo Grazzini, un uomo di un’umiltà e di una semplicità fantastiche. Una persona che mi ha aiutato tantissimo, e non solo nella pittura; mi ha insegnato molto sull’utilizzo dei colori e sul tratto. A volte riprendo le sue opere, guado ciò che lui ha fatto, e ne traggo grande ispirazione”.

“In quel periodo – rammenta – ho trovato la mia tavolozza di colori, che è composta da 4-5 colori forti. Colori terrosi come terra di Siena, il verde, l’ocra e il viola; sono colori difficili da usare, ma se gestiti con attenzione danno forza e carattere ai soggetti dipinti, riescono a creare movimento e contrasti forti. Dopo il Maestro Grazzini, divenni allievo del Maestro Franco Messina: iniziai a frequentare la sua Piccola Accademia d’Arte in via del Giglio, eravamo a metà degli anni Settanta ormai, era un’accademia aperta di sera, fatta apposta per chi come me lavorava. Ero un parrucchiere…”.

La vita artistica prende il suo ritmo: “Dopo due anni facemmo un’esposizione al Cinghiale Bianco, una galleria accanto al Ponte Vecchio. Esponemmo in sei e fu un esordio eccezionale, mi ricordo ancora che dovettero intervenire i vigli per regolare l’affluenza dei visitatori. Da quel momento ho fatto molte mostre con altri artisti, fino al 2000, quando spinto da un amico critico d’arte feci la prima personale. Esposi circa 20 tele rappresentative del mio lavoro, il riscontro su assolutamente positivo, così ho proseguito nel mostrare le mie opere e nello sperimentare sempre cose nuove”.

Fuori dallo studio c’è il giardino, con una vista magnifica sul Castello di Colognole e tutta la valle della Greve.

Un paesaggio mozzafiato: “L’arte è un modo per esprimere le mie sensazioni – dice sospirando – sono le mie emozioni che mi donano ispirazione. Adoro i paesaggi, raccontare la nostra regione; amo rappresentare la capacità dell’uomo nel modellare il nostro mondo. Nascono così progetti pittorici come I confini della regione e Il tracciato dell’Arno”.

“Mi piace molto disegnare la vite – riflette – perché ci lavoro, la tocco, ne sento la ruvidezza, la forza, l’elasticità; vedo il suo sviluppo fino alla produzione del frutto, ne vedo le interazioni con l’uomo e col tempo”.

“Racconto un aneddoto – il sorriso si allarga – Appena andai in pensione sono stato tre giorni da solo all’Isola d’Elba, solo per disegnare le viti che si affacciavano sul mare. Un’esperienza bellissima, dormivo in macchina e mi arrangiavo con quel che avevo, tre giorni di lavoro e passione. Al momento voglio dipingere i migranti e le migrazioni”.

La voce si fa seria, lo sguardo concentrato: “Pensare che stanno scappando dalla loro terra alla ricerca dell’ignoto, mi fa capire quanta sofferenza devono avere dentro il cuore. E si vede quante persone non riescono a comprenderne il dolore. Sarà una pagina importante nella storia di questi tempi: mi piace rappresentare la contemporaneità dei periodi che viviamo. Su questo tema ho fatto una mostra al Museo di San Francesco, con il filo spinato come linea tra tutte le opere, ne ho già fissata un’altra presso le Murate a giugno. Ho vinto il Primo Premio del Giglio Blu con un’opera su questo tema”.

“Il mio futuro? Lo vedo qui – risponde guardandosi intorno – nella mia terra, con la mia famiglia. Sto insegnando ai miei nipotini a disegnare, e voglio continuare a raccontare me stesso attraverso la mia arte. Non mi voglio fermare…”.

Giulio Pecorini

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